La curva dei rendimenti obbligazionari è prossima all’inversione?

La curva dei rendimenti obbligazionari è prossima all'inversione?

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Normalmente i tassi d’interesse rispettano una curva fisiologica che vede le scadenze a lungo termine rendere di più rispetto quelle a breve termine. Il motivo è semplicissimo: un creditore (l’investitore) che presta denaro ad un debitore (l’emittente di un’obbligazione) chiederà un ritorno più alto dal suo prestito tanto più lontana sarà la scadenza dello stesso (e quindi il periodo in cui tornerà in possesso del denaro prestato).

Tuttavia, nel mondo le cose non si muovono in linea retta, ma tendono ad oscillare. In alcuni periodi storici è possibile assistere ad una contrazione di questa curva ed in altri momenti ad una sua espansione. Quello che però interessa in questo articolo è mettere in evidenza la correlazione tra l’andamento della curva e le recessione sui mercati finanziari. L’inversione della curva è probabile o addirittura prossima? Anche questa volta ci sta avvisando di una possibile recessione dei mercati? Scopriamolo. 

Da molti anni, la tendenza innescata dalla curva ha registrato una inesorabile discesa verso lo zero. La trendline ribassista che è possibile disegnare sul grafico ci offre interessanti spunti per “piazzare” due livelli di resistenza entro la quale i rendimenti del treasury americano può spingersi. L’area degli obiettivi di prezzo si stringe intorno al 2,38% ed al 3%. Il raggiungimento di tale area è molto importante perché, come vedremo a breve, porterebbe il rendimento sul biennale a superare quello decennale, causando l’inversione della curva.

Passiamo al rendimento del treasury decennale. Come è lecito aspettarsi, la curva è ovviamente discendente da molti anni. La trendline che si ricava ci permette di impostare una resistenza intorno al 2,75%. Raggiuntala, se il decennale rallenta (o addirittura inverte la corsa nel breve periodo), l’inversione si concretizzerebbe.La possibilità è tutt’altro che remota. Il grafico del rapporto tra i due rendimenti rende meglio l’idea.

Lo tra i due rendimenti fa comprendere meglio la ciclicità (contrazioni ed espansioni) che la curva dei rendimenti obbligazionari ha nel corso del tempo. Un monitoring continuo offre interessanti spunti (dal mio punto di vista) sullo stress “intrinseco” sul mercato finanziario. Ogni volta la tendenza si è invertita, (finendo sotto lo zero nel ratio di forza relativa, il mondo è andato incontro ad una crisi economica. D’altro canto, ogni volta che si registra un’espansione che spinge sui “massimi” lo spread tra le due scadenze si apre una finestra di lungo periodo unica per accumulare a buon prezzo sul mercato azionario.

Tecnicamente parlando è interessante osservare come il ribasso del 2020 (a seguito della crisi Covid-19) non ha spinto lo spread sui livelli di massimo storico, ma intorno alle metà. Questa lettura confermerebbe ciò che sosteniamo da tempo: l’effetto della crisi pandemica sui mercati finanziari ha generato “solo” un’estensione ribassista di metà ciclo nella corsa del mercato azionario e non una vera bolla (che non è ancora realmente esplosa).

Questa semplice osservazione non deve allarmare nessun investitore. Anche procedendo alla velocità attuale sembrano volerci ancora diversi mesi prima un’ipotetica inversione. C’è tutto il tempo per impostare una strategia di portafoglio adeguata per affrontare l’ipotesi di scenario. L’appiattimento dei tassi non è l’unica approssimazione di rischio. Molte alte metriche (fondamentali e tecniche) ci stanno indirizzando verso uno scenario di stress del mercato.

Un altro indicatore che amo molto usare per “stimare” la convenienza o meno ad investire sui mercati (assumendomi maggior rischi) viene dal ratio di forza relativa tra l’ e l’ oro (nel grafico a valuta costante in USD).

S&P 500 vs oro

Spesso ci si riferisce alla forza relativa tra due asset come “flusso di denaro”. Il termine è quanto mai azzeccato perché lo scopo dell’ analisi comparativa tra due forze è proprio quello di valutare dove si dirigono gli investitori (ergo dove si muove più denaro).L’analisi grafica del grafico di cui sopra evidenza come dal 2012 (post crisi del debito) le azioni statunitensi hanno performato meglio dell’oro. In tutto questo tempo il valore relativo è cresciuto e ad oggi si sta “scontrando” con i massimi del 2007/2008 (crisi Lehman).

Tecnicamente parlando, potremmo definire il raggiungimento attuale dei prezzi come una “soglia critica” nei pressi di una resistenza che storicamente ha visto l’innesco di una crisi finanziaria. Se uniamo la lettura del flusso del denaro con la view sull’inversione della curva, abbiamo (nel complesso) un’informazione che non è possibile ignorare.

Riassumendo: quando il mercato invia segnali di stress convergenti su più fronti (siano essi di natura fondamentale o tecnica) è bene prenderne atto e non confidare (come siamo stati abituati a fare negli ultimi anni) sul sostegno delle banche centrali perché, questa volta, potrebbe non essere sufficiente.

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